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martedì 29 marzo 2011

Versi per la libertà

Simona D., Luca D., Marta M., Federica P., Giada P., si sono immedesimati nei ragazzi che in tanti paesi del mondo vivono il dramma della solitudine e dello sfruttamento. Hanno provato a dar loro voce così:


Ogni volta che apro gli occhi
sogno di non trovare più
quelle sbarre che sono la mia prigione.
Le mie giornate non finiscono mai
non ho famiglia, non ho casa
sento i morsi della fame.
Sono qui dentro oggi
e so che ci rimarrò per sempre.
Cosa c’è oltre il muro e la fessura
da cui entra la luce?
Sento che muore la speranza
e svengono i sogni.



Trascorro i miei giorni a tessere tappeti.
Tu i tuoi come li passi?
Dei miei genitori ho un vago ricordo,
il sole lo vedo attraverso un piccolo vetro
e gli amici li vedo solo la sera.
Sono isolata dal resto del mondo
eppure qualcuno sa che esisto.
E allora perché non mi viene a salvare?
Non c’è peggior cieco di chi non vuol
vedere. Ognuno pensa «meglio a te che a me.» Ho imparato a tessere tappeti e speranze.
Un giorno riavrò la mia infanzia negata?

giovedì 24 marzo 2011

Il Futuro riconquistato

...in quest'altro ci fanno conoscere coloro che restituiscono dignità e speranza ai bambini che l'hanno persa.
 Cominciamo da
Il Telefono Azzurro
«Da 20 anni c'è, in questo Paese, un difensore dei bambini e degli adolescenti. Si chiama Telefono Azzurro ed è sempre stato in prima linea non solo nelle battaglie a tutela dei minori, ma anche nella creazione di una nuova cultura dell'infanzia». Ernesto Caffo
La storia di Telefono Azzurro comincia a Bologna, nel giugno del 1987, quando un gruppo di studiosi coordinati da Ernesto Caffo, neuropsichiatra infantile, pensa di creare un servizio, presente 365 giorni all'anno e 24 ore su 24, per i bambini e gli adolescenti di tutto il territorio nazionale. È il principio di una lunga avventura che dura fino a oggi.
All'inizio gli operatori di Telefono Azzurro si mettono al lavoro fornendo ascolto, accoglienza e assistenza alle emergenze di maltrattamento e all'abuso dei più piccoli. Già dopo pochi anni viene attivata una linea telefonica ("1 96 96"), di facile accesso per i giovani.
Le chiamate che giungono alle sedi di Telefono Azzurro rappresentano una situazione di disagio inquietante e di dimensioni maggiori di quelle ipotizzate: una sola linea telefonica non è più sufficiente. Così l'attività dell'Ente morale senza fini di lucro si intensifica e si specializza con strumenti informatici, tecnologici e metodologici meglio adeguati e proporzionati.
Il secondo passo è la nascita della linea dedicata agli adulti che desiderano segnalare situazioni di disagio o di abuso riguardo l'infanzia: "199 15 15 15". Il Centro Nazionale di Ascolto di Telefono Azzurro è oggi un call center con 30 linee telefoniche, 40 operatori specializzati e centinaia di volontari.
Il passaggio ancora successivo è la creazione di diversi centri territoriali che collaborino con le istituzioni locali per rendere possibili interventi diretti alla prevenzione. Telefono Azzurro diventa anche ideatore di progetti. Nasce il Settore Formazione, con il compito di promuovere e divulgare la grande esperienza maturata, coinvolgendo operatori socio-sanitari e scolastici, forze dell'ordine, liberi professionisti e famiglie. E inoltre il Centro Studi che raccoglie dati a livello internazionale, promuovendo un osservatorio permanente sull'infanzia.

 Passiamo a
L’Unicef
L’UNICEF, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, è un’agenzia dell’ONU fondata nel 1946 allo scopo di aiutare i bambini vittime della seconda guerra mondiale.
Da allora non è mai venuta meno l’attenzione che l’organismo sopranazionale rivolge a tutti i problemi che riguardano l’infanzia: la fame nel mondo, con le relative questioni della malnutrizione e della carenza delle più elementari condizioni igienico-sanitarie a cui vanno incontro i bambini di tanti Paesi del Terzo Mondo; lo sfruttamento del lavoro minorile, presente anche nei Paesi ricchi dell’Occidente; i disagi, di natura fisica, morale e psicologica, causati dalle guerre e dai conflitti etnico-religiosi che purtroppo continuano a combattersi anche in questo primo scorcio del nuovo secolo
Sono tanti i bambini che attualmente vivono in situazione di emergenza, vittime della miseria, delle epidemie, degli abusi sessuali, dello sfruttamento nei luoghi di lavoro, degli scontri armati, alcuni dei quali,  hanno come protagonisti anche dei baby-soldati.
Di tutti questi piccoli esseri umani, indifesi e sfortunati, si prende cura l’Unicef, mediante l’invio di aiuti umanitari, la presenza diretta nei Paesi poveri, la battaglia contro l’analfabetismo ed a favore dell’istruzione e della prevenzione delle malattie,   nella consapevolezza che i gravi traumi che tanti bambini subiscono oggi nel mondo possono lasciare segni indelebili non solo sul loro organismo. Ma anche e soprattutto nel loro animo.   

LA TUTELA DEI DIRITTI DEI BAMBINI
Nel secolo scorso per la tutela dei diritti dei bambini sono state emanate varie ordinanze, la Società delle Nazioni ha emesso la prima Dichiarazione dei diritti del fanciullo nel 1924, poi, nel 1942 la Lega Internazionale per L’Educazione Nuova ha elaborato la Carta dell’Infanzia, nel 1959, l’ONU ha promulgato la Dichiarazione dei diritti del fanciullo, articolato in 10 gruppi.
Essa è un documento che definisce nel suo articolo1° che per fanciullo si intende ogni essere umano di età inferiore a diciotto anni, stabilisce quali sono i diritti dei bambini e che cosa si deve fare per rispettarli e attuarli, introduce rispetto al passato, una concezione nuova del bambino, considerato non solo bisognoso di assistenza, ma come individuo di esprimersi, valutare in certi casi, di prendere decisioni,  n soggetto quindi, non un oggetto.

I diritti dei bambini o minori
 1920 -  Dichiarazione dei Diritti dell’Infanzia ( Eglantine Jebb Dama Croce Rossa )
             carattere assistenziale.
1924 - Dichiarazione di Ginevra (assemblea Società delle Nazioni )
             documento breve ma fondamentale per i diritti dei minori..
1942 -  Carta dell’infanzia proveniente dall’ambito pedagogico
             Sacralità della persona umana
1948 - II Dichiarazione di Ginevra  (rielabora i 2 documenti)
             Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, le condizioni dei bambini erano poco assimilabili alla  situazione degli adulti
1959 -  ONU :  Dichiarazione dei diritti del fanciullo.

     
   10 PRINCIPI
 Il fanciullo ha diritto a:
1) Godere di tutti i principi senza discriminazione;
2) Speciale protezione per crescere sano e normale;
3) Nome e nazionalità;
4) Beneficiare della Sicurezza Sociale;
5) Educazione e cure speciali se diversamente abile;
6) Crescere circondato da amore e comprensione;
7) Educazione elementare gratuita e obbligatoria (gioco);
8) Essere tra i primi a ricevere protezione e soccorso;
9) Essere protetto contro ogni forma di crudeltà e sfruttamento;
10) Essere protetto contro ogni forma di discriminazione razziale e religiosa.




Senza infanzia, nessun futuro

Luca D., Federica P. e Giada P. ci propongono di dare uno sguardo al resto del mondo, quello in cui l'infanzia è un privilegio riservato a pochissimi. In questo post iniziano a descriverci i problemi presentando dati, interviste, video....


L'Infanzia negata
Sempre più spesso siamo colpiti da storie inquietanti, che vedono come protagonisti e vittime i bambini. I numerosi episodi di pedofilia, storie di violenza e di maltrattamento all’interno della famiglia, precoce avviamento al lavoro in condizione di sfruttamento e di schiavitù, arruolamento forzato in eserciti, sfruttamento dei minori da parte delle organizzazioni criminali fanno sì che l’infanzia e l’adolescenza di milioni di bambini sia compromessa. I bambini, che da sempre rappresentano la ricchezza e il futuro delle nazioni sono,  quindi, sempre più spesso oggetto di traffici da parte di persone senza scrupoli, che non esitano a sfruttarli, a venderli, e nei casi più  “estremi”  ad ucciderli per venderne gli organi.
Così si evidenzia l’ambiguità della società contemporanea che, se da una parte è giunto a conquiste tecnologiche un tempo impensabili, dall’altra risulta più “disumanizzata”.
Tutte le storie di bambini e ragazzi duramente provati da terribili esperienze di vita non solo chiamano in causa adulti senza scrupoli  che hanno esercitato su di loro forme di violenza, ma anche i pubblici  poteri. L’esistenza di un’infanzia a rischio chiede risposte adeguate: protezione, potenziamento della scuola, creazione di strutture di aiuto alle famiglie, miglioramento della condizione economica.
Bisognerebbe creare servizi di assistenza sociale capillari ed efficienti in grado di individuare le situazioni di reale bisogno. E’ molto importante investire risorse nell’istruzione per formare cittadini consapevoli delle loro capacità, e delle scelte che intendono fare.

La situazione in Italia
Anche se l’Italia è un paese industrializzato, presenta situazioni di povertà, di degrado e di disagio anche fra i più piccoli. In molte periferie delle nostre città vi sono mancanze di servizi, secondo alcuni studi in Italia sono migliaia i ragazzi a rischio, che per mancanza di assistenza da parte dei genitori sono abbandonati a se stessi. Essi spesso vivono in condizioni precarie, alcuni invece di andare a scuola sono costretti a lavorare, anche se la legge  proibisce  il lavoro minorile. Alcuni bambini/ragazzi sono utilizzati in attività illecite, come spaccio di stupefacenti e piccoli furti, in questo modo sono strappati ai comportamenti tipici della loro età (giochi, frequenza scolastica…) per essere sfruttati dagli adulti. Si tratta di una forma di violenza contro individui fragili che rischiano di restare segnati dalle esperienze fatte. 

La situazione in altre zone del mondo
In altre zone del mondo, guerre, carestie, malattie, sfruttamento nel mondo del lavoro segnano milioni di bambini. Terribili sono le conseguenze della guerra su di loro: secondo un rapporto dell’UNICEF nel decennio scorso circa 1.500.000 bambini, sono stati uccisi a causa dei conflitti armati e più di 500.000.000 sono rimasti  mutilati..
In almeno ventiquattro Paesi del Mondo, ragazzi o bambini che possono avere anche 10/12 anni vengono mandati sui campi di battaglia in conflitti sanguinosi. In molti casi i bambini-soldato sono considerati particolarmente adatti alle missioni di pericolo, come spionaggio, attacchi suicidi.

Testimonianze di ex bambini-soldato
Il gruppo di “Cooperazione Internazionale” ha costruito giusti centri dove vengono raccolti i giovani quando fuggono o quando dopo un accordo con il governo vengono rilasciati dai ribelli. Quale futuro può avere questa generazione cresciuta a pane e fucili? E’ questa la grande sfida della rieducazione, portata avanti da operatori che cercano di restituire a questi ragazzi non certo l’infanzia rubata, ma almeno la speranza di un futuro migliore.
“Ho rubato, bruciato case non voglio ricordare, spero che  mi lascino in pace, voglio solo ricominciare”
 E’ difficile tornare, e poi dipende dove torni.
Prima che mi prendessero i ribelli, vivevo in un villaggio con mia nonna. La vita lì non era male, mio padre ci dava un po’ di soldi, avevamo un orto e del pollame. Per noi era sufficiente. La mia prima casa è stata bruciata e mia nonna ora vive da sua sorella in un quartiere di Freetown, dominato da baracche fatte di lamiera ricoperte di plastica e legno. Non so come potremo vivere, io mi devo occupare di lei. E’ difficile ricominciare da una casa di latta, non c’è spazio per respirare. La gente sopravvive di stenti. Non voglio rispondere a nessuna domanda, non voglio che mi guardino con paura. So cosa pensa la gente di noi ex combattenti. Ci temono, pensano che siamo tutti drogati. Ragazzi capaci di uccidere. Io non ho scelto questa vita, mi hanno costretto, mi hanno cambiato nome, identità, ogni giorno ho vissuto con la paura della morte in agguato.  Sono stato fortunato non mi hanno tagliato niente, se no povera nonna, si sarebbe dovuta prendere cura di me! Nessuno si deve permettere di chiamarmi ribelle. Ho imparato a uccidere, è vero, ma mi drogavano per farlo. Ho rubato, bruciavo case, non voglio ricordare. Spero solo che mi lascino in pace. Voglio solo ricominciare. 
                                                                                                                                      Mohamed, 15 anni

“Ho un amico che spesso si sveglia di notte, fa sempre lo stesso incubo: lui che ammazza suo padre”
Come tanti altri bambini – soldato, ho vissuto un anno nel bush. Nella foresta tutto assumeva nuove dimensioni, ci sentivamo protetti, era facile mimetizzarsi tra la vegetazione, nascondersi arrampicarsi su qualche albero. Non c’era spazio per vivere, eppure non ci stavo male. Non avevo mai vissuto nel bush. Ogni giorno era un’avventura. Ho visto animali che prima non immaginavo neanche che esistessero. Mi divertivo a osservarli arrampicandomi su alti alberi, passavo le giornate ad aspettare che passassero. Ho visto tante specie differenti di scimmie, erano buffe nei loro movimenti, riuscivo scovare i serpenti nelle loro perfette mimetizzazioni. Una volta ho avuto anche la fortuna di avvistare un leopardo. Con alcuni miei amici ci divertivamo ad aprire sentieri con il machete, era una continua scoperta. Nella foresta c’era tutto il necessario per sopravvivere: banane, manghi, noci di cocco e tanti animali. Spesso andavamo a caccia di scimmie. Non bisognava pagare niente. Bastava prenderselo.
Avrei voluto vivere nel bush senza i ribelli, loro mi hanno fatto odiare quel magico luogo. Non avevo paura della notte, ma solo del mio comandante. Quando arrivai nel bush, dopo essere stato catturato, ero molto impaurito, era tutto nuovo per me e avevo visto troppi orrori, ero molto confuso. All’inizio lavavo, spazzavo, cucinavo, portavo quello che mi ordinavano di portare. Sono entrato a far parte della famiglia, mi hanno assegnato un nome nuovo, una nuova identità. Il mio nome nella foresta era Tupacamu, nome di un famoso gangster americano. Mi misero nelle mani la mia prima arma. Il mio comandante mi insegnò a sparare, non l’avevo mai fatto prima. Mi esercitai qualche giorno, poi arrivò il momento. Avrei dovuto partecipare all’assalto di un villaggio. Ma mi avrebbero dovuto preparare, era l’ora della medicina. «Prendi queste pillole» disse il mio comandante, aprendomi la bocca e facendomi ingoiare delle strane pillole blu. «Con queste non avrai più paura, sarai potente, qualsiasi cosa vorrai fare riuscirai, ora sei imbattibile.» Fui subito molto confuso, provavo una strana sensazione, mi vedevo come un gigante e vedevo gli altri più piccoli. Uno dei ribelli mi gridava: «Uccidi! Uccidi!»
Ogni volta mi davano una medicina diversa, a volte me la iniettavano, altre volte mi facevano dei tagli vicino alle tempie o sulle guance e mi mettevano sopra al taglio una polvere marrone o bianca, poi la coprivano con del terriccio o cerotti, altre volte mi facevano bere strani cocktail. Senza quella medicina non avrei potuto fare quello che ho fatto. Pensavo di essere imbattibile. Più uccidevo e più il mio comandante era orgoglioso di me. Non ho mai attaccato il mio villaggio, in questo mi ritengo fortunato. Ho visto amici impazzire, perché sotto l’effetto della medicina erano costretti a bruciare le loro case e uccidere i loro familiari. Ho un amico che spesso si sveglia di notte, fa sempre lo stesso incubo: lui che ammazza il padre. Il 17 Dicembre è una data importante: il mio comandante mi ha rilasciato. Sono stato portato al centro di Lakka, c’era il mare. Mi sono riposato, ho studiato e giocato. Mi sono trovato bene e ho conosciuto tanti ragazzi che come me avevano provato la dipendenza dalla medicina. Non è facile farne a meno, ci si sente così vulnerabili senza armi, senza droga.
Ora sono libero, posso tornare a casa, non ho assalito il mio villaggio, non mi temono. Il mio educatore ha rintracciato la mia famiglia e sono felici di riavermi con loro. Voglio andare a scuola, non so se troverò i soldi, qui non siamo nel bush, la vita costa cara.   
                                                                                                                                                              Alì

I ragazzi di strada
I “ragazzi di strada” sono  presenti in tutto il mondo, ma soprattutto nelle società più povere, dove scarsissimi sono i mezzi di sussistenza e i bambini vengono “affidati”, ma più spesso abbandonati alla strada dalle proprie  famiglie.
Così in una sua poesia il poeta P. Arnaldo De Vidi descrive, con incisività, la vita dei Meninos de Rua.

Menino de Rua

Lui che fa il bagno nella fontana della piazza del Duomo
Lui che chiede di lustrare le scarpe a chi accompagna il funerale
Lui che chiede una sigaretta e l’accende alle candele della Chiesa
Lui che con disinvoltura lava parabrezza ai semafori… senza riuscire ad asciugarli
Lui che mente chiedendoti un’offerta per il latte del fratellino
Lui che sale la scala mobile a balzi dalla parte che scende
Lui che si chiama Pelé e dribla le macchine giocando a pallone sulla strada
Lui che ascolta musica a tutto volume e balla il rock nella zona di silenzio
Lui che lavora come mini-scippatore e deve consegnare il bottino allo “zio di strada”
Lui che beve con sei cannucce dai fondi delle bottiglie
Lui che finge di leggere il giornale trovato nell’immondizia
Lui che dorme sul marciapiede coprendosi con i giornali pieni di vuote promesse
Lui che surfa suicida sul tetto dei treni, “perché tanto nessuno mi vuole bene”
Lui che “annusa colla di calzolai”, la droga dei “menino de rua”
Lui che inseguito dalla polizia…sarà il “nostro Giudice nel giorno del Signore” .

P. Arnaldo De Vidi  si è impegnato per anni a favore dei Meninos de Rua, ed ha assistito con i propri occhi alla desolante miseria di questi ragazzi. La sua è una testimonianza che dà l’accurata elencazione dei loro abituali comportamenti e degli stratagemmi ideati per sopravvivere. L’ultimo verso “…sarà il nostro giudice nel giorno del Signore” costituisce un forte richiamo morale alla responsabilità di ogni uomo, ispirato da una qualsiasi fede religiosa, poiché nessun uomo dovrebbe tollerare la negazione dei diritti, primo fra tutti quello ad avere un’esistenza dignitosa.
Nel gennaio 1996 decide di sviluppare la sua azione creando una struttura locale, indipendente dove sviluppare attività artistiche come mezzo per reintegrare i ragazzi nella società: nasce così "FUNDATIA PARADA" una fondazione che vuole offrire a questi ragazzi un’occasione per scoprire se stessi, per star bene con se stessi nonostante certe esperienze a dir poco negative e ritornare nella propria famiglia, riprendere la scuola e inserirsi nel mondo del lavoro per avere autonomia economica.

mercoledì 23 marzo 2011

Il bullo sballa, ma non balla

Torniamo ad aoccuparci del tema dei diritti con Simona D., Luca D., Marta M., Federica P., Giada P.che ci propongono le loro riflessioni sul bullismo.



IL BULLISMO
Un problema sociale di grande attualità
Il bullismo è un fenomeno di cui si sente spesso parlare nei telegiornali o di cui si può leggere nei quotidiani. Abbiamo voluto saperne di più, perché l’anno prossimo andremo alle scuole superiori ed è bene essere bene informati su un fenomeno che, ci auguriamo, di non vivere mai in prima persona.

Ma che cos’é il bullismo?
Descrizione del problema
Abbiamo consultato il  dizionario e alla parola “bullo” abbiamo letto: l’etimologia di questo neologismo è “amico intimo”; nonostante ciò il bullo è un giovane prepotente che, verbalmente e/o fisicamente, prevarica ragazzi più deboli con fare arrogante e minaccioso, esercitando la stima e la superiorità che ha all’interno del proprio gruppo, o meglio, branco. In questo contesto emergono due personaggi: il “bullo” e la “vittima”, ovvero colei che subisce le prepotenze.

Caratteristiche generali del bullo:
• Il bullo può essere sia maschio che femmina;
• Può agire singolarmente o in gruppo;
•Può essere dotato di una superiorità fisica o psicologica nei confronti della vittima (attribuitagli prevalentemente dal gruppo di appartenenza);
• Il bullo viene spesso immaginato come un ragazzo trasgressivo problematico, poco motivato allo studio e sgarbato con il personale scolastico (anche se ciò non è sempre riscontrato).

Perché compiere atti di bullismo?
Vi sono principalmente tre ordini di motivazioni che possono spingere i giovani a diventare autori di bullismo:
• I bulli potrebbero provenire da famiglie violente e devianti e quindi potrebbero riproporre a scuola quanto osservato tra le mura domestiche;
• Chi prevarica potrebbe voler assumere un atteggiamento provocatorio nei confronti degli adulti, oppure  attirare l’attenzione verso di sé;
• Il ragazzo autore di violenze può aver vissuto negli anni passati da “escluso” per svariati motivi: nella scuola superiore, avendone le capacità, potrebbe riscattarsi dalle frustrazioni passate e costruirsi una nuova identità sociale.

Caratteristiche generali della vittima
• La vittima può essere sia maschio che femmina;
• Di solito vive in una condizione di inferiorità perché identificata come persona debole, fragile e diversa dal gruppo;
• Le vittime possono appartenere ad una famiglia coesa, chiusa ed iperprotettiva che le protegge da ogni minima difficoltà;
• Le vittime si dividono in due gruppi: le vittime “attive” e le vittime “provocatrici ”; le prime sono coloro sulle quali si scarica l’aggressività del bullo, le seconde, invece, sono coloro che, provocando continuamente un ragazzo inoffensivo, sono diventate in seguito sue vittime.

Quando il bullo diventa leader carismatico
Nella scuola  vi sono vari tipi di leadership; ad esempio vi sono i leader carismatici, ragazzi ricchi di iniziativa, punto di riferimento per il gruppo intero. Quando il bullo diventa un leader carismatico viene a trovarsi in una
situazione di concordanza con il gruppo, con il quale condivide
comportamenti e “valori”. Il bullo fonda così la sua supremazia sull’ammirazione dei compagni e sulla paura che suscita nelle vittime.

Il bullismo nella storia
Questo problema sociale molto dibattuto ai giorni nostri, era presente già in anni passati:
• Negli anni Settanta furono condotti in Scandinavia i primi studi sul bullismo;
• Nel 1982 viene riportata una tragica notizia: tre ragazzi si suicidano a causa di episodi di bullismo;
• Tra gli anni ’70/’80 emergono i cosiddetti “punk”, anarchici, teppisti che vanno contro le regole e l’educazione sociale;
• Nel Giappone degli anni Novanta il bullismo è allarme sociale soprattutto a causa degli “otaku”, ragazzi travestiti da eroi manga che vivevano segregati nelle loro stanze.
Per completare  le nostre informazioni  sul bullismo  abbiamo visitato uno dei siti Internet dedicati a questo problema, www.smontailbullo.it.
Per chiudere le nostri riflessioni proponiamo un video che raccoglie alcuni interessanti contributi tratti da you tube 

giovedì 17 marzo 2011

Lo zio Diritto



Continuiamo la riflessione sui diritti con il punto di vista di Simona D: leggiamo la sua storia

Lo zio Diritto

C’era una volta un bambino che non esisteva, o meglio, esisteva, ma nessuno la sua presenza al mondo conosceva: un piccolo tizio, solo “uno”.
Chissà dov’era nato, e da che madre, addirittura il nome gli mancava, chissà se aveva dei parenti, un padre, o se aveva una casa in cui abitava. 
Sono possibili cose così? si chiederà, incredula, la gente:
e la risposta è, purtroppo, sì: ci sono alcuni che non hanno niente.
Perché era solo, e privo di tutto? Esattamente non si sa il motivo: forse perché talvolta il mondo è brutto, forse perché, talvolta, un po’ cattivo. Così lui c’era, ma era un “nessuno”, perché non basta, a uno, essere nato, se non lo chiama e lo ama qualcuno, e nel silenzio viene abbandonato.

Ma qui, poiché gli era fatto un torto, venne in suo aiuto un certo Diritto, e disse:
«No,questo non lo sopporto, non posso stare fermo, né star zitto!»
Chi era quel Diritto? Un mago? Un re?
Adesso non importa: l’importante era che esistesse, ed anche che facesse qualcosa per quel bambino.
Ed ecco cosa fece: il bambino, che fino a quel momento era sperduto, ebbe un nome preciso: Agostino, ebbe casa e una famiglia, ebbe aiuto.
Ora aveva un luogo, aveva gente, che lo chiamava, che lo conosceva, era persona effettivamente, adesso era qualcuno, e lo sapeva. Così la storia può ricominciare:
«C’era una volta il piccolo Agostino che viveva in un posto in riva al mare, in una casa con un bel giardino …»

…e andava molto spesso a passeggiare sulla spiaggia vicina, a fare il bagno e cercare conchiglie bianche e nere che, pur non procurandogli guadagno, erano belle e davano piacere. Quelle più belle, poi, le raccoglieva e a casa con gran cura le portava, in un cassonetto chiuso le teneva, e come un tesoro conservava.
Un giorno, mentre siede sulla sabbia a guardare la danza delle onde,sente un lontano un urlo di rabbia che con un’altra voce si confonde. Si alza, corre verso quel baccano: un uomo sta inseguendo una bambina tenendo un bastone nella mano, e le pagine, e lui le si avvicina.

Un giorno, mentre siede sulla sabbia a guardare la danza delle onde,sente un lontano un urlo di rabbia che con un’altra voce si confonde. Si alza, corre verso quel baccano: un uomo sta inseguendo una bambina tenendo un bastone nella mano, e le pagine, e lui le si avvicina.

Agostino si chiede: «Cosa fare?». Corre da quella parte, chiede aiuto, grida: «No,fermo! Tu, lasciala stare!» Ma nemmeno lo sente, l’uomo bruto: ha la faccia stravolta, tutta rossa, sembra che non capisca quel che fa,  respira forte, ha la voce grossa, povera lei, se la raggiungerà!

Ma li vicino c’è un pescatore che tira la sua rete su dal mare, e somiglia, in viso, a quel signore che nella prima storia seppe dare ad  Agostino il nome che mancava: sì, gli somigliava, però sta pescando, mentre quell’altra volta non pescava. Insomma è lì, mentre l’omaccio urlando, sta già per acchiappare la bambina, e l’ha raggiunta, e il bastone alzando con faccia di minaccia si avvicina. Agostino ha un gelido terrore che gli va per il corpo ed il cervello: però, come fermare il picchiatore? Lui è un bambino, mentre invece quello …
Ed ecco, in quel momento, il pescatore muove le mani in fretta, e come niente vola su quel tipaccio inseguitore la rete della pesca, e sveltamente gli cade addosso stretta ed aggroviglia le sue braccia violente e il bastone, lo fa inciampare in un parapiglia, lo impacchetta già per la prigione. E Agostino giunge in quel momento, si ferma lì, vicino alla bambina, chiede: «Chi è quel tipo violento?»

Ma non risponde, quella piccolina, perché è troppo piena di terrore: non parla, non gli dice proprio niente, lo guarda in faccia come con stupore, e sembra sorda, muta, indifferente. Agostino le tende la sua mano e dice: «Vieni?» Lei , senza parlare, la prende, e insieme se ne vanno, piano, sopra la spiaggia, lungo il verde mare.

C’era una volta Agostino e Marina che andavano a cercare la salute perché non era sana, la bambina, a causa delle botte ricevute: non solo i colpi, anche ricordare le metteva dolore alla mente, così era difficile parlare e del passato non sapeva niente: sapeva solo come si chiamava e spesso era distratta, come muta, spesso, nel letto sola si sdraiava e se ne stava ferma, lì seduta…

Allora Agostino e Marina andarono a cercare sanità. Avrebbe avuto aiuto, la bambina ? Proseguendo la storia si saprà. Trovarono un dottore, e Agostino gli chiese un parere su Marina, ma quello disse:«Mio caro bambino, ho poco tempo, sai, questa mattina…»

Andarono da un medico in vista, perché studiasse quella mattina, ma quello disse: «Sono specialista, visito l’aristocrazia…» Insomma, non trovano nessuno che accettasse di curarla un po’: qualcuno era occupato, e qualcuno diceva loro: «Farlo gratis? No!»

Stanchi e delusi, allora, Agostino e la sua amica andarono a sedere sulla panchina di un bel giardino a mangiarsi una mela e delle pere. C’era un bambino, lì, che li guardava e gli dissero: «Anche tu ne vuoi?» Lui prese la sua mela, e la mangiava, poi disse:«Io mi chiamo Paolo, e voi?» E fecero amicizia, e compagnia, si raccontarono le loro cose: quelle di gioco, e quelle di allegria, e anche quelle un poco dolorose.

E quando Paolo seppe la questione di Marina  e dei medici, osservò: «Mio zio ha detto che, le persone, negare l’assistenza non si può!» «E noi siamo persone?» chiede lei. Allora Paolo resta un poco zitto, poi dice: «Sì, lo siamo, io direi: e lo assicura anche lo zio di Diritto!» Sapendo questa cosa, sveltamente, andarono i tre amici andarono da un dottore e gli dissero:«Obbligatoriamente, curi bene Marina, per favore!» Così, dopo sei giorni e quattro cure, un poco di riposo e un’aspirina, passarono tristezze e paure e tornò a star benissimo Marina. Se ne andarono i tre senza pagare e disse Agostino al nuovo amico: «Andiamo da tuo zio, a ringraziare, perché ci è stato utile, lo dico!» Ma Paolo disse:«Se n’è andato via, e ha lasciato un solo bigliettino …» «Cosa c’è scritto?» chiede in allegria Marina, e vuol saperlo anche Agostino. «Uno strano messaggio…», Paolo fa, «C’è scritta questa frase: Sono avanti». «Sono avanti?», con curiosità dice Marina, e insieme, tutti quanti si mettono a discutere la cosa, e a ragionare,ed ha immaginare: ma la trovarono troppo misteriosa e nel giardino tornarono a giocare. Quanto a noi, curiosi di sapere dov’è lo zio Diritto che sta “avanti”, delle altre storie dovremo vedere, e speriamo che siano interessanti.

Paolo e Marina, insieme ad Agostino, cercavano la strada per Bengodo, un posto né lontano né vicino,dove si può giocare in ogni modo e fare festa finché si fa sera: però non conoscevano la via. Disse Agostino: <<Amici, la maniera perché sensato il nostro viaggio sia, è leggere un cartello indicatore>>. <<Sì>>, fa Marina, <<Eccone uno là!>>, e si avvicina, e prova  con fervore a leggerlo, però non ce la fa. <<Ma com’è scritto?>>, dice corrucciata, <<Non capisco niente, io! E voi?>>.
Rispondono: <<Che lingua strampalata! Non ci capiamo niente neanche noi!>>. << E’ una lingua straniera, certamente>>, dice Marina, <<e impararla dobbiamo per giungere a Bengodo, finalmente: se no, per la strada, forse ci perdiamo!>>.

Così decidono di andare alla scuola, e non solo per leggere i cartelli, ma anche per sapere come vola il passero, e tutti gli altri uccelli, anche per imparare a far di conto, e la scienza, il canto, la poesia: per prepararsi un pensiero pronto e stare al mondo in sana compagnia…

Però la scuola è chiusa: un gran cartello annuncia sopra il muro, in lingua chiara: <<Bambina bella e bambino bello,  voi  resterete  somaro e somara, saluti cari: il Corpo Non Docente>>. <<Cosa? Ma come?>>, dicono i tre amici, << Noi resteremo , conseguentemente persone ignoranti ed felici?>>

Ma ecco, appare un tale che assomiglia a uno che si è visto in precedenza, e prende e scuote forte la maniglia e grida con sdegnata virulenza: <<Apri la porta, Corpo Non Docente, o la sfondiamo noi, nostra parola! Tu  non lo sai che, gratuitamente, ogni bambino deve andare a scuola? Non lo sai tu, che occorre l’istruzione e che bisogna darla proprio a tutti, perché, senza sapere, le persone valgono meno di mezzi prosciutti?>>

E mentre è lì che fa questa sparata c’è una bambina con i libri in braccio che alla scuola è appena arrivata: e appena sente dire del fattaccio comincia a tempestare sul portone con libri e tutto, mentre i nostri tre si uniscono alla manifestazione picchiando con gran foga: è come se ci fosse una tempesta eccezionale. Allora, a quel frastuono, lentamente, s’apre la porta, e appare il personale e tutto quanto il Corpo Non Docente, e subito riprende la lezione e s’imparano lingua, astronomia, gastronomia e buona educazione, e storia, e disegno, e geografia, insomma, tutto quanto può servire a stare al mondo in modo conveniente: capendo, o tentando di capire, cose e parole intelligentemente, ivi compresi quelle del cartello che indica la strada per Bengodo. E, ritornati così dove è quello, ormai capaci di sciogliere il nodo, i nostri quattro amici (ma perché adesso sono quattro? Ricordate quella coi libri? Anche lei c’è)

Leggono quelle parole cifrate che dicono così:
<<Per arrivare al paese dei giochi e della festa un’altra storia bisogna ascoltare perché, ormai, già finita è questa! >>. E se, anche, qualcuno vuole e brama sapere chi è la nuova, o cosa fa, o, almeno, saper come si chiama, legga la nuova storia, e lo saprà.

Chiara, Agostino, Paolo e Marina, facendo un viaggio per terra e per mare, nel mezzo di una splendida mattina arrivano a Bengodo per giocare: ma lì, non lo sapevano, è successo un guaio di politica sociale, sicché, per fare un esempio, adesso, fare un gioco è diventato un male.

Giocattoli? Giardini? Fuorilegge! Libri per bambini? Condannati! Nessuna legge ormai più li protegge: sono proibiti e dimenticati. Marina, Agostino, Paolo e Chiara non credono alle orecchie e agli occhi: una canzone è diventata rara, non c’è nemmeno l’ombra dei balocchi.

La situazione, certo, è molto brutta: i quattro stanno sulla spiaggia, chini, giocano un poco con la sabbia asciutta attenti che nessuno li indovini… Ma di quel gioco sono stanchi presto: Marina dice: <<Paolo, quel tuo zio, quel tipo sveglio, generoso e lesto che ci aiutò più volte, dico io, non può venire qui anche stavolta?>> <<Chissà dov’è…>>, risponde Paolo, e lei, senza perdersi d’animo: <<Ascolta, faresti un tentativo’>> << Lo farei!>>.

E i quattro scrivono un bel biglietto e lo mettono dentro una bottiglia, lo tappano per bene, stretto stretto, e lo gettano nel mare, che lo piglia. Non passa un’ora, anzi, mezz’oretta, che viene  sopra il mare un bel vascello  con i pirati in basso e per vendetta, e il Capitano, benché un occhio abbia coperto da un tondello tutto scuro, somiglia a quello che lanciò la gabbia su quel bastonatore bruto e duro, là sulla prima spiaggia, e anche un po’ a quello che rifece aprir la scuola: insomma, chi poi fosse non lo so, ma è certo che la nave svelta vola, arriva al porto, s’ancora alla terra, e scendono i pirati sveltamente, a quelli di Bengodo fanno guerra e li vincono in fretta e allegramente: cambia la legge e ritorna il gioco, attività premessa e consigliata: subito ognuno, come fosse un fuoco, si accende di canzone e di risata, e si corre, si gioca, si fa festa, volano palle, voci ed aquiloni, gira la giostra e gira la testa, e, nel giocare, tutti son campioni. I nostri quattro fanno conoscenza con nuovi amici, proprio lì a Bengodo, e a uno danno poi la preferenza per il suo garbato e fresco modo: si chiama Pippo e ha i capelli rossi, sa stare in equilibrio sulle mani, ha occhi molto allegri e molto mossi, e fa sempre discorsi buffi e strani. E poi, poiché a giocare ci si stanca, si stendono insieme a riposare sopra la spiaggia o sopra una panca, in bel silenzio, a guardare il mare: ed ecco il vascello dei pirati che scivola già verso l’orizzonte, e il Capitano che li ha liberati alza la mano e ride, là sul ponte.

Un giorno, Paolo accese la tivù  per vedere un programma in santa pace: ma ecco, appena accesa, venir giù color sangue, di fiamma e di brace, una guerra di botte e di sconquasso, cazzotti, pugnalate e scannamenti, un morto o un ferito a ogni passo, schizzi di occhi e spargersi di denti. È lì con gli occhi aperti ed ubriachi quando arriva Marina e dice: <<Basta! Basta con questi strilli di macachi, con questa brutta storia che devasta!>>. E cambia il programma, ed ecco vede ventotto ballerine incalza maglia che, sollevando tutte insieme il piede, cantano la Canzone della Quaglia tutta <<Te te, qua qua, ci ci, fu fu>>,sporgendo cosce e petto indietro e avanti. <<Basta!>>, lei dice, <<Non se ne può più di queste oche sciocche e chioccolanti!>>. E cambiano programma, ed ecco, ancora, un giochino di quiz e applausi finti che per presentatrice ha una signora dagli occhi e dai capelli tutti tinti che fa domande astruse e senza senso a concorrenti con le guance rosse e a chi risponde dà, come compenso, delle caramelline per tosse… <<Basta!>>, fa Chiara, appena arrivata, <<Io sono stufa di queste domande! Ma invece di questa pagliacciata non c’è qualcosa di più bello e grande?>>. E cambiano canale: ed ecco arriva un gruppo di persone sbadiglianti che parlano con voce totalmente irrilevanti. Dice Agostino, arrivato appena: <<Allora non c’è altro da guardare?>>. E Pippo: <<Anch’io ne ho la testa piena!>>.

E cambiano canale, per scovare programmi meno vuoti e meno tristi: ma sentono parole senza vita o dei consigli per fare gli acquisti: una sequenza brutta e instupidita d’immagini slegate, non sapienti. Chiara propone: <<Allora, la spegniamo?>>, e mentre, incerti, stanno a far commenti, passa un bambino che si chiama Adamo e dice: <<Io conosco un bel programma!>>. <<Davvero? Come fai?>>, chiede Marina, e lui: <<Me l’ha trovato mia mamma>>. <<Dai, fa vedere!>>: Adamo si avvicina, schiaccia un pulsante sopra l’apparecchio e appare un tipo tenero e tranquillo, né troppo giovane né troppo vecchio con la camicia color del mirtillo: racconta storie, mostra animali, insegna a fare cose con le mani, canta canzoni allegre, eccezionali, ricorda ieri e immagina domani, insegna divertendo molte cose: spiega perché il cielo è così azzurro, o ci sono le spine sulle rose, mostra come si fa l’acciaio e il burro:insomma, non ti perdere per il naso dicendoti sciocchezze a tutto spiano, ma fa che tu rimanga persuaso, ti porta fra le cose mano a mano, e assomiglia, sì, assomiglia un poco a quel signore strano, quel pirata che, a Bengodo, liberò il gioco… La compagnia, dopo essere stata mezz’ora lì a guardare ed ascoltare, si sente spinta, mossa ed agitata, con la voglia di ridere e fare, e spengono così il televisore e prendono a giocare tutti quanti: giochi a mano, di mente e di cuore, giochi di voce, di parole e canti.

Paolo e Agostino, Chiara e Marina, Pippo e Adamo, l’ultimo venuto, si trovarono a scuola una mattina e stavano scambiandosi un saluto, quando sentirono un altoparlante che diceva rombando: <<Tutti in fila! Tutti in silenzio, accisacripante, e fate con i libri una gran pila!>>. I sei bambini, guardandosi attorno, eseguirono gli ordini, stupidi: ma cosa capitava mai, quel giorno? A scuola, erano tutti ammattiti? Ed ecco, saltò fuori  un uomo grosso vestito di una nera palandrana e disse, con la voce da molosso: <<Sudditi alunni, questa settimana, e anche questo mese, e questo anno, la musica di scuola cambierà! Basta con le materie che si fanno, basta insegnare a voi la libertà! Da oggi studierete quel che voglio, seguirete le regole, obbedienti, e scriverete sopra al vostro foglio solo parole e frasi convenienti! Basta coi giochi, il corpo va indurito, e basta feste, occorre la tristezza, basta studiare quello che è gradito: da oggi imparerete con durezza! Ora, a caso, prendete dalla pila un libro, e imparatelo a memoria: e fatelo, s’intende, tutti in fila!>>.

E proseguiva il tipo,con gran boria, ad annunciare regole da pazzi, mentre lo ascoltavano, atterriti, dritti in fila, i poveri ragazzi. Poi, in silenzio, e come intontiti, su un libro a caso preso a studiare le parole a memoria, una a una: ma quelle non volevano restare, la mente non ne teneva nessuna.

<<Sentite>>, bisbigliò allora Adamo, <<Bisogna far qualcosa, non trovate?>> <<Sì che bisogna, ma cosa facciamo?>>, Chiara e Martina dissero, crucciate. <<Qualcuno che ci liberi…>>. <<Ma chi?>> <<Lo zio Diritto!>>, Paolo bisbigliò. <<Bravo, hai ragione! Giusto! Bene! Sì!>>. <<Come facciamo a dirglielo, però?>>. <<Perché non lo guidiamo tutti quanti?>>, disse una nuova, e la proposta piacque, e così, sette cuccioli ululanti, come sette sirene delle acque, gli amici cominciarono a strillare con voce acuta come una campana: <<Zio Diritto, vieni a liberare la nostra scuola da questa mattana!>>. <<Zitti! Silenzio! Non urlate! Buoni!>>, tuonava quel macaco tutto nero, <<Se non tacete, alunni  lazzaroni, vi picchio, e nessuno resta intero!>>. E alzava la bacchetta sulla testa di Marina, di Chiara e di Adamo, ma ancor più forte salì la protesta: tutti i bambini fecero il richiamo.

Ed ecco che la porta della scuola si apre con fracasso eccezionale e appare una visione che consola: quel tipo, il pescatore, insomma il tale che molte volte abbiamo conosciuto, arriva con delle manette, si avvicina sveltamente al bruto, l’acchiappa, attorno ai polsi gliele mette e poi lo porta via. Ed ecco, intanto, i maestri di scuola, tutti lieti.<<Ma dove eravate, cielo santo?>> domandarono i bambini molto inquieti. <<Un po’ in letargo>>, raccontano quelli, <<Ma adesso siamo svegli, lo vedete! Ora prendete fogli e pennarelli e andiamo a disegnare,se volete…>>.

E riprese la scuola divertente, quella dove si impara perché è bello: perchè, mettendo sale nella mente, poi si indovina ogni indovinello. E attorno alla loro nuova amica, quella che aveva consigliato di urlare insieme, si chiamava Enrica, ridevan tutti gli altri a perdifiato.

Enrica, Pippo, Paolo, Agostino, Chiara, Marina e Adamo, il mese dopo, erano in gita al Bosco di Pallino, in mezzo a biancospini e pungitopo, e percorrendo allegri un bel sentiero sentirono un rumore molto strano: sembrava un pianto leggero leggero che si sentiva appena, da lontano… Rimangono in ascolto silenziosi, facendo passi molto attentamente, attraversano sette fossi erbosi, sempre attenti a quello che si sente. Ecco più vicino… Ma cos’è? È un agnellino che si è perduto? No, è una voce umana: ma dov’è?

Sembra il lamento di chi chiede aiuto… tutti, allora, si mettono a gridare, proprio come facevano quel giorno quando c’era quel matto da scacciare: e chiamano, e ascoltano attorno, ascoltano in silenzio: ecco, risponde! Ed è proprio una voce di bambina, oppure di bambina, fra le fronde, è giù nel bosco, proprio lì vicino… Finalmente lo vedono, perché è una bambina, che piange, tace, strilla ancora un po’… Chiara, per prima, le si fa vicina. Sembra che abbia appena cinque anni, pallida, magra, malnutrita, sembra che abbia anche dei malanni, come se fosse, quasi, in fin di vita.

Forse si è persa, forse l’han perduta: la guardano i bambini attentamente. Chiara la prende in braccio, la saluta, la coccola, la culla dolcemente, e lei si calma e Chiara le dice: <<Come ti chiami, piccola?>>. Risponde con la sua voce, debolmente: <<Bice>>. E poi sta zitta, piange, si confonde. <<Ti sei perduta?>>, Marina le chiede e lei risponde: <<No, mi hanno lasciato>>. <<Perché?>>, dice Agostino mentre siede accanto a lei, nell’umido del prato. <<Perché non hanno niente da mangiare>>, risponde con la faccia bassa Bice. <<Ah, questa poi! Sembra di ascoltare le fiabe della nonna!>>, Paolo dice, e poi aggiunge: <<E’ una porcheria! Lo dice sempre anche zio Diritto: proprio nessuno può portare via la vita di un bambino: questo è scritto! <<Ma certo, si capisce!>>. <<Ma s’intende!>>, dicono in coro gli altri bambini, intanto tiran fuori le merende ed imboccano Bice a pezzettini. E poi, quando Bice si è saziata la portano con loro, e insieme vanno a dire che è stata abbandonata: qualcuno pregherà, per questo danno. E poi, contenti di essere in otto, riprendono la gita in compagnia: agli alberi frondosi passan sotto, camminano in freschissima allegria, e insieme a loro, come nuova amica, tenuta per la mano, c’è anche Bice: il suo abbandono è una storia antica, adesso sta con loro, ed è felice.

Tutti gli amici stanno festeggiando l’ottavo compleanno di Agostino, e ridono e scherzano, parlando: però c’è Pippo in un angolino. <<Pippo, che hai?>>, gli domanda Enrica e lui risponde: <<Vedi, sono a terra perché ho saputo che una mia amica abita dove c’è una brutta guerra>>.<<Ma vera, con bombe e pistole?>>, chiedono tutti quanti, impressionati. <<Sì, una vera guerra, e lei vuole scappare via da lì, ma i soldati non lasciano partire più la gente…>>

La festa s’interrompe; gli otto amici parlano della cosa fittamente: di colpo, ora, non sono più felici. Riflettono su quel che si può fare per aiutare quella ragazzina: <<Ma noi non possiamo mica dove c’è guerra!>>, fa Marina. <<Già>>, dice Adamo, <<Però, chissà se, studiando bene la topografia, si può trovare che un sistema c’è per andar fin là e portarla via…>> e guardano e studiano la mappa e pensano a manovre per riuscire: ma niente si può fare non si scappa, e intanto, Pippo, che continua a dire: <<Povera la mia amica Caterina perduta nel disastro della guerra! La sua casa, sapete, è una rovina, lei vive coi parenti sotto la terra…>>

Che fare? I bambini sono in crisi, ciascuno, ora, è molto triste e zitto, addio alle canzoni e ai sorrisi… <<Chiediamo aiuto allo zio Diritto?>>, propone ad un certo punto Adamo. Rispondono: <<Lui potrà far qualcosa!>>. E tutti insieme fanno il gran richiamo: <<Laggiù c’è una guerra sanguinosa, e una bambina che non ci vuol stare! Bisogna andare a prender Caterina, ma noi non ci possiamo proprio andare!>>. Ed ecco, un rumore si avvicina e c’è un elicottero che scende sopra il giardino, e ci sta un pilota che ha la faccia, più non ci sorprende, che sembra ai nostri amici un poco nota: <<Dov’è>>, lui domanda, e tutti quanti spiegano il luogo: lui s’alza da terra  con quella forza di pale rotanti e in breve arriva dove c’è la guerra, scende nel posto dove è Caterina, la fa salire con i suoi parenti, e poi, con loro, un po’ stordita: è magra, bianca in faccia, spaventata, perché era tremenda, là, la vita e un po’ di morte lei si era ammalata…

Ma adesso è salva, ora è al sicuro, non c’è più quel baccano che la spezza: a poco a poco si fa meno duro il suo volto, e torna l’allegrezza. Le stanno intorno, teneri, i bambini, molto contenti di quello che han fatto: le guerre sono cose da assassini, e di non farne mai stringono il patto.

Chiara, Agostino, Paolo e Marina, Pippo, Adamo, Bice, Enrica ed anche la loro nuova amica Caterina eran tutti al Pian delle Calanche: e c’era insieme a loro un piccolino, un cuginetto di Marina, Franco, un tipo con il ciuffo sbarazzino che da due giorni s’era unito al branco. Guardavano le stelle a tarda sera, col naso in aria e gli occhi spalancati per vedere il gran cielo come era e le stelle cadenti, imbambolati. <<Eccone una là>>, strillava Enrica col braccio teso. <<Ecco, l’ho trovata!>>.

Ma gli altri non la vedevano mica: perché  troppo veloce era passata. <<Eccone una!>>. <<Sì, l’ho vista anch’io!>>. <<Devi pensare un desiderio in fretta!>>. E poi, silenzio: solo il mormorio del fiume fresco, giù nella valletta. <<Ma che cos’è una stella cadente?>>, chiese ad un tratto Paolo, a voce piana. Disse Agostino: <<Beh, evidentemente, è una stella che cade, là lontana…>>. <<Davvero?>>, disse Chiara, <<interessante!>>. <<Invece no>>, disse Franco, <<a me pare...>>.

<<Ma cosa vuoi sapere, tu, ignorante?>>, fece Agostino <<Perché vuoi parlare?>>. Franco, restando lì mortificato, rimase zitto, senza dire niente. Marina, allora, con tono arrabbiato, disse: <<Agostino, sei un prepotente! Perché non lasci Franco dir la sua? Anche se avesse torto, non importa: lui ha la sua idea, e tu la tua!>>. E lo guardava con la faccia storta. <<Ma dai, non vedi com’è piccolino? Cosa vuoi che ne sappia delle stelle?>>, rispose un po’ beffardo Agostino, >>E’ buono solo a mangiare frittelle!>>.

Qualcuno rise e qualcuno no, e disse Bice: <<Io sono ancor piccola, però non son d’accordo con quello che dice!>>. <<Ma cosa vuoi saperne, bambolina?>>, disse di nuovo Agostino, irridente. <<Adesso basta!>>, protestò Marina. <<Lascia parlare Bice, prepotente! Non sai che tutti, proprio tutti, dico, possono dire la propria opinione? Chi ti credi di esser, pappafico?>>. E Paolo disse, con grande passione: <<Lo afferma anche mio zio Diritto!>>.

E guardavamo tutti Agostino che rimaneva lì, crucciato e zitto. Bice aspettò un momentino e poi disse: <<Mi ha detto la mamma che una stella cadente è un frammento che cade sulla Terra, e che s’infiamma, e brucia tutto intero in un momento>>. <<E’ quello che ho imparato io a scuola!>>, disse Franco che aveva taciuto, <<Ma Agostino mi ha tolto la parola, ecco perché sono rimasto muto…>>. Di fronte a quella prova di sapienza Agostino rimase fermo e buono e poi disse, senza più violenza: <<Avete visto che somaro sono? >>. E si mise a ragliare buffamente sotto le stelle luminose in cielo e gli altri insieme a lui, allegramente, e si sciolse in quel ridere ogni gelo.


I tuoi diritti sono tanti, ma dieci sono quelli che ti raccontiamo nei capitoli di questo libro. Ogni diritto ha un nome, proprio come i bambini della storia. Ecco i nomi dei tuoi diritti:
   -Diritto all’identità
   -Diritto ad essere difesi dalla violenza
   -Diritto alla salute e all’esistenza
   -Diritto a’istruzione
   -Diritto al gioco e al riposo
   -Diritto all’informazione
   -Diritto all’educazione
   -Diritto alla vita e allo sviluppo
   -Diritto alla libertà e alla pace
   -Diritto alla libertà d’opinione
   Hai capito in quali capitoli si nascondono? Se non li conosci tutti puoi trovare la CONVEZIONE SUI DIRITTI DELL’INFANZIA